di Filippo Ortenzi

Sono ben il 17% le specie di animali domestici a rischio di estinzione. L’allarme, lanciato dalla FAO può rappresentare un segnale di pericolo per la sicurezza alimentare del pianeta.

Causa principale della diminuzione della biodiversità è l’allevamento intensivo che ha privilegiato gli animali più adatti a produrre carne e latte e ha messo ai margini quelli meno idonei alla produttività ad uso alimentare, la cui scomparsa costituirebbe un danno alla biodiversità ed al patrimonio zootecnico e genetico.

In Italia gli animali domestici a rischio di estinzione sono diversi e ricordiamo la Capra Argentata dell’Etna, tra i maiali la Mora Romagnola e il Suino delle Nebrodi e tra le pecore la Rosset, l‘Istriana e la Brigasca.

Purtroppo, a causa del referendum popolare che a suo tempo ha abolito il Ministero dell’Agricoltura e ne ha affidato le competenze alla Regioni, manca un piano nazionale di salvaguardia a difesa della biodiversità e degli animali a rischio la cui difesa è, pertanto, affidata alle Regioni che, in materia, hanno (se le hanno) normative e sensibilità differenti.

La Regione Campania, ad esempio, nel PSR (Piano di Sviluppo Rurale) ha dato agevolazioni per  “Aiuti per la promozione di sistemi di produzione agricola o di specifiche tecniche colturali e di allevamento orientati alla gestione sostenibile delle risorse naturali, salvaguardia della biodiversità e del paesaggio agricolo” pari a € 200,00 annui per unità di bestiame relativamente all’ “Allevamento di razze autoctone minacciate di abbandono” ed individuando tra i Tipi Genetici Autoctoni da tutelare le seguenti razze ovine: Pecora Laticanda, Pecora Bagnolese e Pecora Cilentina; tra i caprini, la Capra Cilentina; tra i suini, il Maiale Casertano e tra gli equini i cavalli: Napoletano, Persano e Salentino.

Anche altre Regioni hanno adottato delle normative a difesa del patrimonio zootecnico locale; ad esempio la Regione Calabria ha stanziato a difesa della salvaguardia della biodiversità animale nel proprio PSR € 200,00 per unità di bestiame di razze che si stanno estinguendo come: il Maiale Calabrese del quale sopravvivono poche decine di esemplari, la Capra dell’Aspromonte definite rispettivamente in situazioni critica e rara, ed anche in difesa di animali che hanno una diffusione limitata (definita dalla Regione “vulnerabile”) come la Capra Nicastrese, la Capra Rustica di Cosenza e la razza bovina Podolica.

Per non  tediare il lettore sull’elenco dei provvedimenti normativi a difesa delle razze animali locali, presenti in tutte le Regioni d’Italia, ricordiamo solo che la Regione Lazio dà un contributo pro-capite di 200,00 euro per la “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse regionale” e che tra queste ha annoverato alcune razze asinine (il Sorcino Crociato dell’Amiata, l’Asino di Allumiere o Viterbese e l’Asino dei Monti Lepini), il Suino Nero dei Monti Lepini; varie razze di Capre (la Monticellana, la Ciociara, la Fulva e la Capestrina) e diverse razze equine (il Pony di Esperia, il Cavallo Maremmano, il Cicolano, il Tolfetano ed il Cavallo Romano della Maremma Laziale che era il cavallo utilizzato dai butteri della Tuscia Laziale).

Vi sono, sempre nel Lazio, anche animali domestici di numero estremamente limitato non tutelati dalla Regione, come ad esempio, il Coniglio Verde Leprino di Viterbo la cui unica tutela è l’ottenimento della licenza d’uso del marchio collettivo “Tuscia Viterbese” da parte della locale CCIAA di Viterbo.

Vogliamo concludere dando due notizie, la prima è l’introduzione dell’allevamento nel nostro Paese di specie animali estere come il dromedario, allevato alle pendici dell’Etna, con esemplari nati in Europa (Italia ed Olanda) dalla fattoria “Gjmàla” di Trecastani (CT) e l’altra è quella della nascita di una nuova specie, il PorcoCignale®, nato dall’incrocio fra scrofe della razza suina Cinta Nera Senese con cinghiali selvatici e allevato nel viterbese dall’Azienda Agricola “Il Marrugioil cui Presidente, Luigi De Simone, ne ha anche depositato il marchio.

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